mercoledì 29 dicembre 2010

Namless Generation.

Che senso ha continuare a vivere in una realtà che non ci appartiene? Perchè continuare a sognare un futuro migliore se intanto il presente non è una nostra scelta di vita? Dentro, qui nella mia testa, si nascondono paure e varie altre emozioni che si riferiscono al mio stile di vita.
Veramente sto facendo quello che avrei voluto per me? Io non credo che tutti, o almeno la maggior parte di noi stia vivendo in ciò in cui credeva. Solo pochi ne hanno questo privilegio, li invidio.
Sono nata in una buona famiglia, ma nonostante tutto il mio inconscio è represso in una sorta di camera buia. In un cielo senza stelle di cui non si vede mai l'alba. In un baratro senza fondo. Eppure sono felice. Rido, scherzo, gioco, vinco, perdo, amo, odio, e tant'altro. Ma allora a cosa è dovuta questa sensazione di non appartenenza a questa realtà? Io non sono ciò che vorrei essere. Ma so per certo che se qualcuno mi avvicina e mi chiede che cosa amerei essere nella mia vita, sono sicura che non saprei cosa rispondere.
Quindi come spiegarsi tutto ciò? Come spiegarsi le lacrime che sgorgano a fiotti improvvisi e brevi quando qualcosa non va? Come sapere quando siamo nel giusto o nel torto?
Vorrei conoscere qualcuno che abbia abbattuto le aguzze e spioventi scogliere che circondano la nostra mente e la proteggono dagli schizzi di mondo. Vorrei stringergli la mano, congratularmi con lui e farmi insegnare il segreto di questa apertura mentale cosi vasta. A questa passiva accettazione del proprio essere.
Mi immagino ricca e potente, abbagliata dai riflettori che puntano su di me.
Mi immagino seduta ad una scrivania che compilo carte da ufficio per un capo fin troppo esigente.
Mi immagino alla ricerca di tesori nascosti, bramosi di essere scovati e portati alla luce.
Mi immagino madre di una sorridente bambina dagli occhi verdi come i miei che gioca con le sue bambole.
Mi immagino innamorata di una persona che mi ami per come sono.
Immagino.
Troppo.
Ma in fondo ci resta solo più questo. Immaginare un'alternativa di vita migliore alla propria. Ma poi in ogni caso, ci rendiamo conto, aprendo gli occhi, che siamo sempre qui.
Piantonati in un ruolo che ci  calza stretto. Intrappolati in una morsa che ci tiene con i piedi a terra e ci impedisce di volare.
Accettazione. Rassegnazione. È il prezzo da pagare per essere su questo pianeta.
La maggior parte dei casini ce li siamo cercati da soli. Tutto è incominciato alla ricerca di un albero più alto e folto di banane per procurarsi del cibo. Ed eccoci qui, alla ricerca di qualcosa più grande di noi. Vi sembra intelligente?
Vi sembra logico cercar sempre qualcosa di più grande, maestoso e imponente? Se magari codesto è  una pianta velenosa che con i suoi meravigliosi fiori fiabeschi ci attira in un assaggio mortale dei suoi luccicanti frutti?
No.
Mi rifiuto di essere impotente, priva di ogni forza per combattere questa vita cosi spietata.
Ma quando tutto sembra esser perduto, eccola lì, in fondo a questa valle oscura, una luce.
Scintillante. Piccola. Che riscalda il cuore.
È la speranza. É la speranza ad illuminare la nostra vita monotona e buia. È la sola che ti da la forza, le armi, per camminare a testa alta. Per sorridere al proprio destino incerto. Per guardare negli occhi dei nostri figli. Voi ci credete? Una parola cosi piccola e insignificante. Speranza. Ha sconfitto eserciti, rovesciato tiranni, sconfitto epidemie. Un'emozione cosi potente racchiusa in una piccola parola. Lei ci sostiene, lei è la forza della nostra generazione anonima.


1 commento:

  1. una pagina di diario con riflessioni interessanti, tornerò a trovarti.ady

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Grazie di cuore deℓℓa vostra visita! Ricambierò sicuramente :)